L’arrivo de L’Avaro Immaginario – In viaggio verso Molière, da Napoli a Parigi al Teatro Vittoria segna uno degli appuntamenti più originali della stagione romana, unendo ricerca storica, filologia teatrale e invenzione scenica in un percorso che attraversa il cuore del Seicento europeo. Dal 17 al 29 marzo Enzo Decaro firma testo, regia e interpretazione di uno spettacolo che rilegge la tradizione della Commedia dell’Arte alla luce del teatro classico francese, costruendo un ponte poetico tra Napoli e Parigi, tra Pulcinella e Molière, tra memoria popolare e architettura drammaturgica.
Il progetto nasce da una domanda artistica precisa: comprendere perché, a un certo punto della loro carriera, Peppino e Luigi De Filippo sentirono la necessità di confrontarsi con il genio di Molière. Da questa intuizione prende forma un viaggio teatrale che non è solo omaggio, ma esplorazione delle radici comuni tra due mondi culturali che nel Seicento dialogavano più di quanto si creda. Decaro costruisce così un itinerario che attraversa sette quadri, un prologo e un epilogo, seguendo le vicende di Oreste Bruno e della sua compagnia familiare, i Fratelli dè Bruno da Nola, discendenti del filosofo Giordano Bruno. Una vera “carretta dei comici”, erede della tradizione girovaga tanto cara ai De Filippo, che si muove tra mercati, piazze e villaggi trasformando ogni sosta in un palcoscenico. Il viaggio verso Parigi è al tempo stesso fuga e aspirazione. La compagnia scappa dalla peste che devasta il Sud Italia, ma corre anche verso un sogno teatrale: incontrare Molière, condividere con lui un’arte che unisce satira, umanità e osservazione del reale. Lungo il cammino, il carretto diventa scena e strumento di sopravvivenza. Le esibizioni di L’Avaro e Il Malato Immaginario, adattate di volta in volta al pubblico incontrato, permettono ai comici di guadagnare un pasto, qualche moneta o un pezzo di carne già cucinato. È un teatro che nasce dalla necessità, ma che non rinuncia alla poesia, alla riflessione e alla capacità di raccontare l’uomo attraverso la finzione.
Il percorso è costellato di incontri sorprendenti, talvolta comici, talvolta drammatici. La compagnia avanza verso la capitale francese mentre Oreste Bruno invia lettere immaginarie a Molière, in un dialogo a distanza che intreccia ammirazione, ironia e consapevolezza del mestiere teatrale. Sullo sfondo emerge la forte connessione tra la Napoli seicentesca e la Francia, tra Pulcinella e Scaramouche, tra la tradizione popolare e la grande drammaturgia classica. Non manca un riferimento alla figura di Giordano Bruno, zio del protagonista, la cui eredità filosofica aleggia come un’ombra ironica e ingombrante.
Il finale assume un tono profondamente teatrale: la compagnia giunge a Parigi proprio mentre Molière muore in scena durante una rappresentazione. Un evento che trasforma il viaggio in un rito di passaggio, un incontro mancato che diventa simbolo della continuità del teatro, dove tutto è finto ma niente è falso. La morte del maestro non interrompe il cammino dei comici, anzi lo consacra, ricordando che il teatro vive proprio nella sua capacità di attraversare epoche, crisi, epidemie e rinascite.

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